Uno dei principali insegnamenti della psicoanalisi consiste nell’aver mostrato che i fenomeni psicologici esistono a diversi livelli e che sotto la superficie della comunicazione e del linguaggio, solitamente più adulti e razionali, abitano spinte interiori che si manifestano e che attingono a un mondo interno di contenuti più emotivi e arcaici. Sono quindi livelli che tengono in considerazione la molteplicità del Sé di ogni individuo nel proprio funzionamento conscio e inconscio, e la possibilità di sostare e muoversi attraverso essi, dallo stato adulto e più accessibile a quello che di volta in volta si potrebbe definire infantile, oppure regredito, con caratteristiche di vulnerabilità, sicuramente indigeno e genuino.
A meglio entrare in quest’ottica è d’aiuto la suggestiva affermazione di Franco Borgogno con la quale ricorda che il bambino è il padre dell’adulto, a indicare come ognuno nasca bambino e solo in seguito diventi l’adulto in cui si riconosce, sulla base di quelle che sono state le sue esperienze, le conoscenze, gli apprendimenti della sua infanzia e della fanciullezza. Origina da qui il valore di quel nostro Io e Sé bambino che continuerà sempre ad abitare in noi e a orientarci nel corso della vita se, come adulti, avremo la capacità e la sensibilità di ascoltarlo per ciò che è stato e continua a essere, nonostante col tempo si tenda purtroppo a dimenticarlo, se non a metterlo presuntuosamente da parte.
Questa è la prospettiva con cui il presente contributo si propone di essere letto, che non tratterà solo nel concreto del rapporto tra un genitore e il proprio bambino ma simbolicamente anche quello tra l’Io adulto e il Sé bambino presente in ognuno, il poterlo rispettare e seguire nella sua spontaneità, il sapersene prendere cura, il farsi guidare dal suo essere intuitivo per natura. Soprattutto l’essere in grado di ascoltarlo, il riuscire dopo tanti anni a sentirne ancora la voce, che in ognuno di noi si manifesta attraverso il linguaggio delle emozioni, ben definite da Antonella Granieri come le valutazioni intuitive di una situazione – esterna e interna – in cui ci troviamo.
Ogni individuo, quando è solo, si confronta coi propri oggetti interni, con le figure adulte con cui si è identificato durante l’infanzia, con i modelli interiorizzati a partire dalle relazioni primarie. A seconda che essi siano sani o danneggiati, ne andrà dell’equilibrio della persona e della sua capacità di attraversare e superare le difficoltà della vita, nonché di elaborare le inevitabili separazioni, siano esse fisiologiche o purtroppo traumatiche. E ognuno, nel percorso pure retrospettivo che è l’analisi, può scoprire che in base a come è stato trattato durante la propria crescita, così inconsciamente tratterà l’Altro o si aspetterà di essere trattato dall’Altro, e soprattutto che nello stesso modo il proprio Io (adulto e conformato) tratterà il proprio Sé (bambino e autentico). Centrale diviene quindi il tema del prendersi cura e, prima ancora, del conoscere e saper riconoscere quali siano le necessità e i bisogni di ogni bambino. A cominciare da quello che abita in ciascuno di noi.
L’idea per cui il trauma nella vita di un bambino sia l’esito di carenze affettive, ambientali, risale fin dagli anni ’10 del secolo scorso al contributo di Sandor Ferenczi il quale, comunque sodale a Freud nonostante la divergenza di vedute sul tema, sosterrà sempre il peso del trauma reale nella vita di ogni individuo, in antitesi con la teoria freudiana di quegli anni legata al modello ideogenetico secondo il quale traumatico è da considerarsi il fantasma delle pulsioni interne che genera idee patogene nell’individuo. La posizione di Ferenczi sottolinea invece quanto la mancanza d’amore nella funzione genitoriale costituisca la sottrazione dell’ambiente idoneo alla crescita e conduca di fatto la personalità del bambino a un cambiamento di forma, etimologicamente a una catastrofe nella quale il piccolo, sentendosi solo e abbandonato dal punto di vista emozionale, rischia di rinunciare alla propria soggettività, di porre in secondo piano l’autenticità e la genuinità dei propri vissuti, per conformarsi al volere e al punto di vista dell’adulto non provvidente.
Anche sulla scorta di queste teorie Freud negli anni ’20 tornerà sulle proprie precedenti posizioni, riconoscendo che il pericolo cui un individuo si sente sottoposto sia la separazione e la perdita dell’oggetto d’amore e che in ognuno l’angoscia si presenta come la reazione alla mancanza dell’oggetto, come prodotto dello stato di impotenza del neonato. Non solo, aggiunge che possiamo chiamare traumatici quegli eccitamenti eccessivi provenienti dall’esterno abbastanza forti da infrangere la barriera protettiva che di norma respinge efficacemente gli stimoli dannosi. Torna quindi Freud a sottolineare la rilevanza della qualità delle relazioni primarie e delle risorse disponibili, precisando come il pianto infantile sia la fonte delle nostre motivazioni morali adulte e che, senza la cura del genitore che investe il neonato e lo soccorre, il piccolo svilupperà un impreparato sistema di difesa all’eccesso di stimoli. Cioè a dire “senza cure non c’è piacere ma solo sopravvivenza”.
L’aspetto relazionale diviene quindi fondamentale per lo sviluppo psichico ed emotivo, perché ciò che da bambini ci consente di imparare a gestire le emozioni è la presenza di un’altra persona che accolga ciò che portiamo e ci aiuti a fare il lavoro di tenuta e di significazione, e che all’inizio lo faccia per noi. La stessa barriera parastimoli che evita il trauma si costituisce attraverso un genitore in grado di decodificare immediatamente il disagio del bambino, fornendo una risposta tonica e affettiva di protezione e contenimento con la quale porre il bambino nella condizione non di allontanarsi dallo stimolo ma di elaborarlo.
Ferenczi ha sempre sostenuto come il comportamento infantile sia mosso dall’andare in cerca, dal bisogno di compagnia, dalla ricerca di persone e stimoli sani e non sia spinto dalla ricerca del piacere e dalla scarica pulsionale delle tensioni. Un soggetto è quindi teso alla ricerca di “oggetti” (intesi come persone, relazioni affettive) anziché alla scarica di pulsioni interne, e l’ambiente in cui l’individuo cresce non è una costante ma varia a seconda del tipo di famiglia e della sua storia.
Sempre Ferenczi ci ricorda come i genitori reali rischino costantemente di inviare ai loro bambini quelli che lui definisce degli ordini ipnotici inconsci; fondati su seduzione e fascinazione per quanto riguarda quelli materni e su intimazione e intimidazione per quelli paterni, per nulla favorevoli alla salute mentale e all’evoluzione di una persona. Se un genitore non è in grado di cogliere e di rompere tale tipo di ordini, il bambino diventando adulto non sarà libero né autonomo nell’esprimersi secondo la sua natura individuale specifica né nel poter vedere il vero se stesso.
È la suggestione di coraggio ad aiutare il bambino a vedere se stesso non per come gli altri lo desiderano ma per ciò che lui sente in sé; sarà l’incoraggiamento di un buon genitore a far crescere nel tempo e con pazienza ciò che il bambino percepisce come indigeno e quindi a farne un adulto sano, posto al riparo dagli ordini, dalle aspettative e dalle proiezioni che inevitabilmente l’ambiente riversa su di lui. La suggestione di coraggio è il messaggio che un buon genitore trasmette al suo bambino nel momento in cui gli comunica, non per forza a parole: “Ci è ignoto cosa diventerai, io ti prometto che ti aiuterò, ti starò vicino per scoprirlo insieme, seguire i tuoi progetti e la tua proiezione nel futuro”. La responsabilità di un genitore è quindi la risposta a questa implicita promessa fatta al figlio ed è in virtù di essa che il bambino accetta le regole, le rispetta e attraverso esse cresce e diventa grande.

Ferenczi ci insegna come sia grazie al linguaggio delle emozioni che la relazione intrapsichica (il dialogo in noi e con i nostri oggetti interni) si costituisca all’interno della relazione interpersonale (a partire dalla qualità delle nostre relazioni primarie nella famiglia d’origine), per cui il funzionamento conscio e inconscio di ogni individuo risulta condizionato, influenzato, plasmato dai fattori ambientali oggettivi, prima che soggettivi. Famoso il concetto ferencziano per cui affinché ci sia un oggetto interno, deve esserci un oggetto esterno. Un bambino è l’aria che respira, il cibo che mangia, e una grande importanza è rivestita dalla qualità del suo nutrimento, cioè delle cure materne e genitoriali.
Anche il pensiero di Winnicott ci ricorda come le fisiologiche separazioni e le fasi di passaggio nella vita di un bambino non siano traumatiche tout court ma dipendano dall’accoglienza e dalla vicinanza dell’ambiente circostante. Ad esempio il tanto citato complesso di Edipo, quella fase in cui il bambino deve accettare la presenza del padre e vedere progressivamente diminuire l’esclusività e la simbiosi del proprio rapporto con la madre, passerà senza che il piccolo se ne accorga se gli sarà possibile viverlo ed elaborarlo nel gioco e nella relazione con una adeguata e sensibile figura paterna. Un padre presente e partecipe che nel gioco col figlio possa essere vinto e ucciso in fantasia, per poi essere riconosciuto dal bambino come il genitore autorevole cui obbedire, in quanto depositario delle regole sociali indispensabili all’autonomia e alla realizzazione di ogni adulto.
È altresì in questo modo che per ognuno di noi avvengono quei processi di identificazione con i quali un soggetto assimila uno o più tratti di un altro individuo, modellandosi su di esso. Già secondo Freud la personalità di ognuno si costituisce e si differenzia attraverso una serie successiva di identificazioni, tanto che nel 1921 scriveva come “l’identificazione sia la più primitiva e originaria forma di legame emotivo”, basata sull’acquisizione delle caratteristiche dell’oggetto amato attraverso un processo di introiezione.
Se questo oggetto interiorizzato è sano, il bambino sentirà di possedere progressivamente in sé non solo le qualità e le risorse per far fronte agli imprevisti e alle difficoltà della vita ma soprattutto l’incoraggiamento e la fiducia nel farvi ricorso; se viceversa è patogeno, il senso delle genuine emozioni dell’individuo viene troppo spesso criticato e compromesso, fino alla cancellazione della sua spontaneità, contribuendo alla creazione di quel senso di incertezza e di insicurezza della sua soggettività.
Fino ai cinque anni la magia è al centro della vita del figlio, in seguito si mette da parte il pensiero magico onnipotente e un genitore è chiamato a trasmettere il messaggio della progettualità nel tempo. Lealtà e coraggio, preceduti da generosità, sono gli elementi che aiutano a diventare grandi.
Il padre giusto è quello che nel rapporto evolutivo col figlio non arriva troppo in fretta.
Una cosa importante che un padre deve saper segnalare al figlio sono le sue potenzialità: la strada che ha compiuto fino al punto in cui si trovano e la finestra da aprire sul suo futuro. È bene che un padre possa dire; “Guarda cosa sei stato capace di fare”, che non è una pacca sulla spalla bensì una spinta egoica positiva, un investimento sull’Io e sul Sé del figlio; è un riconoscimento del suo valore, delle sue qualità e al contempo un incoraggiamento per il suo futuro. Perché ogni genitore è bene che si impegni affinché il proprio figlio diventi migliore di sé.
Grazie a questa fiducia, ricevuta non solo in modo implicito, un ragazzo vede incrementare le proprie risorse e i gradi di libertà cui va incontro, guadagnati attraverso l’interiorizzazione delle regole sociali e la crescente interdipendenza nella relazione con un padre rispettoso e affidabile.
Un buon padre deve poter vedere in prospettiva un aspetto del figlio che possa germinare e a cui dar credito e per fare questo deve poter disporre delle facoltà umane che gli consentano di andare oltre le ansie che rendono peggiorativo il bisogno di un bambino.
La genitorialità è soprattutto un esempio e se un figlio ha in mente un padre vivo, che prova le emozioni, le gestisce e le bonifica – persecutorietà compresa – allora impara e cresce.
Al contrario un genitore che non è potuto essere contenitore di alcuna esperienza emotiva, struttura per il figlio quello che Balint definiva un deficit di base, un trauma patologico lontano, consistito nella mancata accoglienza delle parti bambine e che nel presente di un individuo, ormai adulto e in tal modo formato, mostra l’impossibilità di potersi serenamente fidare o affidare a qualcuno. Tornando a Ferenczi, sottolineiamo infatti come secondo lui l’introiezione o meglio l’incorporazione da parte del bambino di messaggi pulsionali grezzi e primitivi, nonché dei suddetti ordini ipnotici, trasmessigli dall’adulto, non costituisca il vero e unico agente patogeno, quanto invece lo sia la non rappresentabilità psichica di ciò che si è vissuto e introiettato. Una mancata rappresentazione promossa dai genitori e dalla loro “amnesia del proprio essere stati bambini”.
Viceversa, un bambino che cresca accanto a un genitore memore della propria infanzia e che non lo lasci solo nel gestire e significare le emozioni, può introiettare sia le proprie esperienze emotive rese pensabili sia un oggetto accogliente e comprensivo col quale identificarsi, sviluppando via via la capacità di prendersi il tempo necessario a dare un significato più compiuto alle proprie sensazioni e pensare a come comportarsi nella vita.
Riprendendo una suggestiva espressione di Stefano Bolognini, la psicoanalisi accompagna nel percorso attraverso cui un individuo può ritrovare il Sé per riparare l’Io, riprendere contatto e confidenza col proprio Bambino per aiutare l’Adulto; in una dinamica che come abbiamo visto non vale solo per la coppia Io e Sé ma anche Genitore e Figlio, Analista e Paziente, financo Freud e Ferenczi.
“Non si diventa padri da soli, c’è sempre un bambino a insegnare l’amore, è sempre lo sguardo di un bambino a fare di un uomo un padre. Perché la paternità non si stabilisce immediatamente con la nascita ma si costruisce nel tempo”.
Da Costruire l’adolescenza di Roberto Goisis