Il presente blog si propone il fine di avvicinare il lettore alla conoscenza e alla comprensione di un ambito che al giorno d’oggi può apparire al contempo inflazionato e poco conosciuto come quello psicoanalitico. Viene quindi da immaginarsi la possibilità di porre alcune domande naturali nella loro semplicità ma che spesso non si sa come o a chi rivolgere e per le quali può non essere facile trovare una risposta utile ed esauriente. La prima di queste domande che decidiamo di affrontare è banalmente: cosa sia l’analisi?
Al di là delle possibili definizioni – soprattutto tecniche – cui qui scegliamo di non dare molta importanza, l’analisi può essere descritta e immaginata come uno spazio per pensare. Un luogo reale e fisico ma anche simbolico e interno che per il paziente rappresenti la possibilità di pensare a sé, insieme a un’altra persona. Più che una stanza dove porre delle domande o sentirsene rivolgere, l’analisi può essere quel luogo in cui finalmente decidiamo di fermarci a chiederci ciò che abbiamo spesso rimandato: come stiamo, cosa proviamo, cosa ci piace…, cosa non ci piace…?
Un luogo in cui cerchiamo una connessione e una sintonizzazione con il nostro Sé più genuino e spontaneo che spesso subisce interferenze e prepotenze a opera del nostro aspetto più sociale, impegnato nei compiti e nelle prestazioni del quotidiano. Intesa quindi in modo introspettivo, la capacità di pensiero che è importante raggiungere in analisi favorisce la creazione di uno spazio interno, inizialmente carente, che possa diventare sede di emozioni ed esperienze, a partire da quelle contemporanee e attuali; perché, per quanto sia importante la storia della persona e sia vero che il ricordo sia comunque una forma di pensiero, a un certo punto in analisi l’accento si deve spostare dal ricordare al pensare, dalla ripetizione alla relazione con sé e con l’altro.
L’analisi funziona quindi nel momento in cui può diventare nel tempo un contenitore nel quale esprimere idee, sensazioni e fantasie che si sentono in sé; poterle riconoscere come proprie e sentirle legittime. Nominare e avvicinare tali contenuti in compagnia di un analista rispettoso, che partecipi affettivamente ma sappia lasciare spazio all’altro, seguirlo con un ascolto benevolo e un silenzio costruttivo, permette al paziente di poter stare e sostare non da solo con le proprie emozioni, i desideri, le ansie; gli insegna l’attesa, cioè a pensare prima di agire e gli comunica pazienza e sospensione del giudizio verso quegli aspetti di sé che spesso si sentono poco presentabili perché insicuri, noiosi, aggressivi, apparentemente bizzarri ma che esistono, hanno ragion d’essere e necessitano di trovare un significato. Un senso compiuto che andrà ricercato e costruito con calma attraverso un percorso condiviso che tenga conto del passato e del presente del paziente, giunga a conoscere il suo funzionamento conscio e inconscio, gli restituisca un credito con se stesso e una speranza per il proprio futuro.
Come scriveva Luciana Nissim ormai molti anni or sono, paziente e analista sono “due persone che parlano in una stanza”, formano una squadra di lavoro scambiandosi impressioni e idee avendo ben in mente come l’autore della scena sia il paziente, e come l’analisi debba aiutare quest’ultimo a costruirsi i propri processi di pensiero, rimettersi in contatto con la propria storia e divenirne soggetto, sentirsi protagonista della propria esistenza. Il paziente è colui che più sa e meglio conosce la propria vita, va stimolato ad avere il coraggio di comprenderla, viverla così come si presenta, trovando le risorse in sé.

A questo punto la seconda domanda che viene da porsi è perché un analista possa essere d’aiuto ai propri pazienti? Cos’ha un analista di diverso come essere umano da un suo paziente? Certamente non è più colto, né più intelligente. Un autore americano di nome Schafer ama sottolineare come si sia tutti – pazienti, analisti e non solo – membri di una comunità in pericolo e per farlo cita la frase di Terenzio: nihil umanum mihi alienum est. Niente di ciò che è umano può essere alieno a un altro essere umano; uno può forse essere stato più fortunato di un altro ma alla fine si fa tutti parte della stessa specie e società. Quindi gli analisti non sono più evoluti dei loro pazienti da un punto di vista cognitivo o culturale, semplicemente sono più avanti rispetto alla gestione delle emozioni nella propria esperienza, perché a loro volta hanno fatto un lungo e congruo percorso di analisi personale. Ed è per questo che un paziente si rivolge a un analista, perché nello spazio d’ascolto egli trovi la legittimità di esprimere le proprie emozioni (gioia e felicità, paura, rabbia, invidia), dia loro un significato condiviso e crei in tal modo un legame con l’Altro, una continuità con se stesso, una propria soggettivazione con cui giungere ad affermare: “Questo sono io”.
La costruzione di significati che soddisfino per il paziente la curiosità di conoscere la realtà psichica è promossa da un analista capace di adottare le funzioni adulte e paritarie dell’ascolto, del commento e della certificazione, ben diverse da quelle genitoriali e persuasive del consiglio e del giudizio che costituiscono interventi saturanti. Sarà la mente dell’analista capace di ascoltare, far proprio e restituire con senso compiuto quanto messo in comunicazione dal paziente, accogliere e contenere le sue difficoltà senza rispedirle al mittente, a consentire a questi di vivere un cambiamento trasformativo, di conoscere la verità emotiva che nasce dalla relazione e che ha più importanza della verità storica.
Con questo giungiamo alla terza e ultima domanda che ne contiene in realtà due: perché ci sia bisogno della presenza di un’altra persona per comprendere se stessi e cosa sia l’inconscio?
Ora, se fossimo in grado di parlare consapevolmente dei nostri problemi, non esisterebbero gli psicologi. Il punto è proprio la consapevolezza, la possibilità di rendere conscio ciò che non lo è, capire come ci comportiamo senza accorgercene, che effetto hanno sull’altro e su di noi le nostre azioni, comprendere come mai – sebbene ci si sforzi di fare attenzione – alcune nostre esperienze si concludono nello stesso modo, spesso deludente. Una definizione generica di inconscio lo presenta come quella dimensione psichica contenente pensieri, emozioni, desideri, rappresentazioni e modelli che spesso influiscono sul comportamento umano ma di cui il soggetto non è consapevole. Comunemente si manifesta attraverso i sogni, i lapsus, le dimenticanze o atti mancati, e possiamo iniziare a rappresentarcelo come uno spazio contenente tutto ciò che fa parte di noi ma che non conosciamo perché rimosso, messo da parte, accantonato per vari motivi. Ma non per questo meno autentico.
Freud nel suo scritto L’Inconscio del 1915 nominava “l’altra persona” che in sé non si riconosce familiare, Groddeck parla di “quella strana cosa da cui siamo vissuti”, più popolarmente Roger Waters canta “there’s someone in my head but it’s not me”. E sarebbero molti altri gli esempi di simili citazioni nella nostra cultura che si potrebbero aggiungere. L’inconscio, che percepiamo alieno e disturbante, che a tratti avvertiamo condizionare in modo pressante la nostra vita tanto da generare sofferenza e disagio, è importante lo si possa avvicinare e conoscere come qualcosa che non si sa gestire ma di cui anzitutto sia possibile parlare. Una dimensione interiore che nel tempo potrà essere elaborata e significata non come sede di contenuti negativi di cui vergognarsi ma eco e ancora flebile voce di nostri aspetti bambini che da troppo tempo abbiamo deciso di tacitare o siamo stati costretti a sacrificare in nome di un rigido sistema di riferimento, spesso imposto dall’esterno e dalle aspettative o proiezioni altrui. Nostri pensieri e affetti lontani, quindi, che spontaneamente si fanno ancora sentire, ci confondono con la loro schietta vitalità, non hanno rinunciato a proporsi né a rivendicare le proprie ragioni, il desiderio di essere riconosciuti e risarciti. Per questo è importante la presenza dell’altro, perché è a partire da una relazione che un individuo può sviluppare la propria capacità soggettiva e creativa; in analisi è quindi la relazione il fattore curativo, nel momento in cui il paziente attraverso un effetto di rispecchiamento viene aiutato a capire come si comporta, sulla base del fatto che i suoi bisogni e desideri di bambino in passato non hanno purtroppo incontrato una risposta sufficiente, non sono stati colti nel loro essere fondamentali.
A ciò si dedica un percorso psicoanalitico, che inevitabilmente si snoda lungo un conflitto principale che si ripresenta, fino al raggiungimento della soggettivazione del paziente che si separa dall’analista quando scopre che questi è un simbolo e che fuori dalla stanza d’analisi dovrà trovare ciò che dentro cercava e trovava; cercare la soddisfazione del desiderio, proprio per come lo ha riconosciuto in analisi e si sente ora in diritto di soddisfare. Perché la nostra storia deve essere intessuta del filo recuperato dei nostri desideri ed è importante condividere che una persona si rivolga all’analisi per tornare a sentirsi libero, giocare, sognare e divertirsi, dopo aver compreso in quale funzionamento sia rimasto bloccato in passato e come nella relazione analitica possa nuovamente sperimentare la possibilità di sentirsi un bambino vivo e competente. La guarigione è l’elaborazione paziente di ciò che è stato compreso e riconosciuto come propria realtà psichica, e l’indipendenza si raggiunge nel momento in cui si ristabilisce un rapporto umano con la realtà esterna, cioè nel non perdere contatto con l’altro mantenendo al contempo una propria autonomia e creatività. L’analisi è l’occasione per una persona di diventare se stessa e non pensare di avere un destino già assegnato.
“Bicchiere mezzo vuoto
Davide Van De Sfroos, Il libro del Mago
o forse mezzo pieno,
avrei dovuto berlo
e guardarlo un po’ di meno…
…ma ce l’ho ancora in mano…”