Adolescenza

19 Febbraio 2019

Se lo scritto precedente era intitolato ad alcuni quesiti concernenti l’analisi, questo dedicato al tema dell’adolescenza si apre a sua volta con una domanda, quella tipica che si pone ogni ragazzo e ragazza fra i 13 e i 18 anni e che caratterizza il suo critico e delicato periodo di vita, cioè: Chi sono?

Una domanda che racchiude in sé il problema identitario personale e familiare dell’adolescente, l’aspetto cangiante ai vari livelli interni del soggetto e dei suoi familiari, ma che anzitutto è molto legata ai cambiamenti improvvisi esterni del giovane, che riguardano la statura, il corpo, la voce, la pubertà, e che come tali disorientano, creano sconcerto e il bisogno di essere riconosciuti dopo la trasformazione.

Sono elementi che comportano un vero e proprio cambiamento di forma, in un’età che implica sia dei riti di passaggio che la simbolizzazione delle trasformazioni previste, le quali attraverso la lotta, il confronto e il bisogno di riconoscimento conducono a una nuova identità.

Su un tale quadro, evolutivo ma di per sé traumatico, si innestano i problemi fisiologici e in alcuni casi quelli patologici dell’adolescente e della sua famiglia.

Procedendo per gradi, trovo interessante la suggestione che ci propone Antonio Semi quando afferma che “l’infanzia nasce con l’adolescenza”, a indicare che è con la trasformazione in adolescente che l’individuo comprende cosa sia (stata) l’infanzia, cioè capisce cosa abbia perso. Un po’ come quando si dice che il bambino vede la madre solo nel momento in cui viene staccato dal suo seno e si separa da lei.

Un primo punto cui rivolgere la nostra attenzione, se vogliamo meglio conoscere l’adolescenza, verte quindi intorno al concetto di tempo; nel senso che, se come detto è necessaria la trasformazione per accorgersi di qualcosa, se possiamo vedere e ricordare perché conosciamo ciò che perdiamo, allora ciò varia la concezione del tempo. Dal tempo e dal ritmo circolare e ripetitivo del bambino piccolo che manteneva l’illusione della reversibilità degli eventi, si passa all’introduzione di nuovi ritmi che rompono con le cerimonie rituali infantili; l’adolescente entra infatti nel tempo lineare, si avvicina al concetto di tempo che passa e si rende conto della sua irreversibilità, scoprendo l’irreparabile, il male come elemento costitutivo e ineliminabile del reale: la malattia, la morte …, il lato oscuro della forza.

Una presa di coscienza a volte subitanea e impietosa che Giacomo Leopardi definisce come “l’apparir del vero” nella lirica A Silvia.

In contemporanea assistiamo a quelli che sono i cambiamenti esteriori più evidenti vissuti dall’adolescente e dai suoi familiari, e che riguardano principalmente tre livelli.

Il primo è quello somatico: il fisico cambia e ciò non solo rientra nel campo delle trasformazioni e della necessità di riconoscimento di cui sopra, ma modifica anche i rapporti di forza; i genitori non possono più imporre la loro volontà o autorità basandosi su una superiore forza fisica.

Il secondo è quello sessuale, che prevede il passaggio da una sessualità immatura a una autonoma, dalla condizione di invidia per i genitori provata dal bambino, a quella di indipendenza vissuta dall’adolescente. A tale riguardo penso sia utile citare la digressione sulla polarità domestica proposta in ambito psicoanalitico da Giuseppe Pellizzari, tra la stanza dei genitori e quella dei bambini; cioè sull’importanza che in una casa abbiano le porte, come oggetto e simbolo di separazione, differenziazione e rispetto. È importante infatti sottolineare come la porta chiusa garantisca riservatezza e ripari dall’esposizione traumatica della scena primaria e dalla sessualità esibita; anche perché la sessualità inconscia è comunque qualcosa di ineludibile, che i genitori hanno come individui e in qualche modo comunicano al figlio. Se è moderata, è un buon aspetto, capace di stimolare il pensiero del bambino e renderlo perspicace; se eccede, ha l’effetto opposto di inibire il piccolo.

La porta di una stanza sarà quindi anche mentale e avrà la funzione di separare dall’oggetto e rendere possibile la sua pensabilità. Per osservare un paesaggio e apprezzarlo da un punto elevato, infatti, occorre che vi sia un elemento separante e protettivo; la porta è così la rimozione, la barriera parastimoli che consente la protezione di un Io fragile, e nello sviluppo di un minore la porta mentale corrisponderà all’età di latenza, che protegge e prepara alla tempesta dell’adolescenza. Età in cui diventa a sua volta fondamentale la presenza di un motore evolutivo come lo spazio privato di una identità sessuale.

Dato che la costruzione di una specificità per un individuo – di un’identità più specifica – passa anche dalla sessualità, dal tipo di sessualità che si vive, a maggior ragione sarà importante garantirne uno sviluppo armonioso e rispettoso. Per questo motivo occorre fare molta attenzione agli stimoli eccessivi che espongono i bambini a svilupparsi presto e a divenire prepuberi in anticipo; al giorno d’oggi gli adolescenti vivono uno sviluppo precoce, sono svegli e capaci ma anche emotivamente molto fragili.

Da ultimo vi è il cambiamento legato al pensiero. L’adolescente accede al pensiero adulto e di nuovo è protagonista di un’evoluzione che, come sempre nella vita, si accompagna a separazioni e lutti. Così come per il bambino piccolo l’imparare a parlare corrispondeva a una grande acquisizione ma rappresentava anche il lutto della trasmissione magica del pensiero (perché con la parola che è più lenta del pensiero c’è un tempo in cui qualcosa si perde rispetto all’illusione di comunicare con l’altro senza parlare), allo stesso modo l’acquisizione del pensiero adulto presenta per il giovane delle caratteristiche traumatiche.

L’adolescenza è l’età in cui nascono le grandi domande e le grandi invenzioni ma per questo molte competenze infantili non servono più e vengono eliminate con modificazioni neurologiche basate su principi economici; assisteremo ad esempio alla facilità alla distrazione, oppure alla fatica a pensare alla complessità dei propri genitori, per cui molti ragazzi preferiscono ancora vederli secondo gli stereotipi che seguivano durante l’infanzia.

Da quanto condiviso si qui, si capisce quindi come sia importante che in qualità di adulti e genitori si sia in grado di riconoscere e considerare la caratteristica principale e più scomoda dell’adolescenza: quella tipica alternanza che i ragazzi vivono tra le spinte evolutive ed esplorative tipiche dell’avvicinarsi all’età adulta e le tendenze difensive regressive tramite le quali si ripresentano svariati aspetti delle esperienze infantili. Regressioni che risultano comunque utili, perché consentono al giovane di tornare laddove si sentiva più sicuro e di rifuggire da una realtà traumatica, ma che sarà altrettanto importante non si traducano per l’adolescente in un ritiro che rischi di diventare patologico.

Il dramma dell’adolescente consiste proprio nel sentirsi funzionare in contemporanea, oscillando tra una posizione più adulta e una più infantile. A seconda del momento, egli si troverà a vivere e comunicare le diverse posizioni in modo alternato e questa dinamica spiega bene la sensazione di disorientamento che prova un genitore alle prese con un figlio adolescente; vedendolo oscillare tra comportamenti bisognosi di coccole, contatto e dipendenza, con altri decisamente impostati su una netta separatezza e opposizione, figlia di quell’investimento dell’Io che è la necessità per sentirsi forti.

L’adolescente sente il bisogno di differenziarsi completamente dai genitori, tirarsi tutto dall’altra parte rispetto a loro, e compiere a un certo punto delle scelte anche estreme e reattive alle abitudini e ai valori genitoriali. Ma al contempo vive quello che possiamo definire il disagio della libertà (di cui ci parla con ineguagliabile poetica Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov”, al capitolo “Il grande inquisitore”), dovuto alla scomparsa dei genitori nella loro funzione ricoperta durante l’infanzia; per questo motivo il giovane si trova alla prese con l’angoscia generata dal fatto che essere più liberi significa dover fare continuamente delle scelte e, quindi, affrontare le proprie paure di sbagliare per non cedere al pessimismo.

Col tempo e in condizioni armoniose l’adolescente pian piano si “raddrizza” – per come già si esprimeva Aristotele parlando del bisogno degli adolescenti di tirare inizialmente il “bastone” tutto dalla propria parte – e trova una propria identità.

Notiamo che come genitori si è sempre chiamati a compiti non semplici. Alle difficoltà già osservate, infatti, si aggiunge ora la necessità di un equilibrio fra la tolleranza alla contestazione e l’autorevolezza paterna. Un adolescente è oppositivo per natura, in senso evolutivo, perché si separa dalle prime identificazioni coi genitori e apre a nuovi modelli identificativi attraverso i quali modella se stesso. Ha quindi un bisogno fisiologico di criticare, contestare e abbandonare quelli che ormai per lui stanno diventando dei vecchi modelli di riferimento in cui non si riconosce più e dai quali si sente limitato; ma certo per un genitore è difficile e preoccupante questo cambiamento nella geografia e nella storia dei propri valori. Come adulti è inevitabilmente complesso reggere il colpo di un diretto attacco alla propria identità genitoriale e al contempo faticare a riconoscere il proprio figlio e capire quale direzione stia prendendo, con le ansie e le preoccupazioni che questo suscita. È mia opinione che, per meglio comprendere il bisogno all’indipendenza di un giovane, possano essere d’aiuto riflessioni quale quella proposta dal romanziere Joseph Conrad, in molti suoi scritti sensibile al tema dell’adolescenza, quando a questo proposito scrive: “I giovani sono insolenti: è un loro diritto, una loro necessità; devono affermarsi, e in un mondo di dubbi ogni affermazione è una sfida, è un’insolenza.

L’insolenza, infatti, è per i giovani il modo di rompere con una stretta consuetudine, un vincolo rigido che non fa crescere; è la possibilità di non pensare che assolvere a compiti da adulti significhi ancora obbedire ai propri genitori e, quindi, evitare il covare di una rabbia interiore sentita assolutamente come distruttiva. A Conrad fa eco un altro autore che si è dedicato molto ai ragazzi, Mark Twain, quando afferma: “L’irriverenza è la paladina della libertà, se non la sua unica difesa”.

Come genitori si spera sia possibile ricordare come si è stati da giovani, ricordare che verso i 10 – 12 anni con la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza si smette di fare ciò che piace ai propri genitori e si inizia a scegliere ciò che piace a sé, perché sembra molto importante poter tollerare e in certi casi valorizzare l’insolenza e l’irriverenza dei propri figli adolescenti.

Al contempo è certamente un bene non dimenticare che si deve essere stati presenti per il proprio figlio bambino, allo scopo di fargli trovare il desiderio attraverso le regole, e che di conseguenza un figlio adolescente può diventare adulto e realizzarsi solo se in grado di darsi delle regole. Altrimenti rischia di uscire incontro al mondo impreparato e disadattato.

Gli equilibri familiari sono inevitabilmente delicati e, nel condividere oggi una società in crisi, i modelli rischiano di scarseggiare. L’incertezza e l’insicurezza possono condurre alla debolezza dei padri e le difficoltà dei genitori con se stessi per ciò che riguarda la definizione di una propria identità si riverberano nelle loro difficoltà ad affrontare i cambiamenti dei figli adolescenti. In una situazione simile, che attiene molto alla capacità dei genitori di aver superato e risolto la propria adolescenza, si corre quindi il rischio di scegliere posizioni regressive e aggressive di attacco ai modelli, gli uni contro gli altri.

La posizione adulta prevede, infatti, come necessario un cambiamento negli equilibri interni di ogni soggetto, in teoria più capace di tollerare la frustrazione con minor disagio rispetto al bambino piccolo (che allontanava ciò che non poteva accettare attraverso un’illusione di onnipotenza), in grado di funzionare su un registro meno giudicante e di conseguenza più benevolo. È questo assetto che conduce i giovani verso la possibilità di una nuova relazione col mondo, nella quale compaia la capacità autonoma a tollerare la distanza e la separatezza nei confronti dell’altro. Una possibilità che comporta un nuovo rapporto col prossimo e che inizia da un cambiamento nel vivere la relazione coi propri genitori.

In conclusione, una posizione fondata sull’esclusività e sulla fusione tipiche dell’infanzia dovrà lasciare il posto a una relazione che tolleri distanza e separazione; una nuova posizione esistenziale necessaria al vivere civile. Se infatti in una relazione l’Altro da indispensabile diventa oggetto d’amore e investimento, è possibile per l’individuo una posizione etica, una relazione matura di amore capace di donare e non solo di chiedere o pretendere. A livello sociale, al contrario, il non riconoscimento dell’altro implica posizioni perverse (ad esempio di umiliazione, mortificazione, prevaricazione), perpetrate dal soggetto nei confronti di un Altro non percepito in qualità di individuo separato e coi suoi diritti, ma come persona di cui disporre in base alle proprie necessità.

“È nella separazione che si sente e si capisce la forza con cui si ama”, F. M. Dostoevskij.

Aspetto di valore sia per i genitori che prima per i figli, quello della separatezza e del riconoscimento costituisce, quindi, un ulteriore passaggio impegnativo e denso di insidie per l’adolescente, la cui sensazione principale potrà essere il vissuto di solitudine che inizialmente lo accompagna nel suo bisogno di dover introiettare nuovi oggetti buoni e dover fare nuove identificazioni.

Tutti noi nella vita siamo costretti a identificarci, prendere e introiettare dei modelli che uno dopo l’altro hanno contribuito all’evoluzione della nostra identità, e abbiamo visto come sia difficile definire l’identità dell’adolescente perché egli cambia continuamente.

Ora, di fronte all’identificazione ci sono due strade diverse che il soggetto può percorrere: l’ampliamento dell’Io o il narcisismo, dipende se il modello che l’adolescente sceglie sia evoluto ed evolutivo o meno. Spesso un adolescente è purtroppo chiamato a fare una scelta tra la solitudine da un lato e dall’altro l’adesione a un modello percepito antievolutivo ma apprezzato dal gruppo e vissuto come normalità.

Soprattutto al giorno d’oggi, l’unica cellula che consente di non doversi aprioristicamente adattare a uno dei vari modelli narcisistici esistenti è la relazione. L’identità di ogni individuo si fonda sull’esistenza dell’altro e ciò lo si tocca con mano ogni giorno; questo è il fondamento su cui si può creare fiducia nella società odierna.

Se, infatti, l’adolescente si sente solo nella relazione con se stesso, rischia di morire come Narciso, smarrito nella propria immagine, se invece incontra l’Altro si realizzerà un condiviso andare insieme per le principali tappe evolutive della sua esistenza.

Giunti sin qui, saluto il lettore paziente con una citazione a mio parere preziosa e che meglio di tante parole sintetizza il modo in cui come adulti – genitori, educatori, insegnanti, analisti, cittadini – siamo chiamati a guardare ai giovani che crescono, con pazienza:

“Penso che i grandi facciano
sempre questo errore con i giovani,
trattandoli come prodotti finiti
quando in realtà sono in fieri”.

Andre Agassi e JR Moehringer, Open

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